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UNA <SCIENZA> PREVENTIVA OMEOPATICA

La vaccinazione, insieme all’antibiotiocoterapia, contribuendo in modo decisivo ad incrementare l’aspettativa di vita delle popolazioni, è una delle più importanti scoperte scientifiche. Oggi, insieme alla disponibilità sempre più estesa di nuovi vaccini contro malattie infettive, fioriscono rapidamente ricerche su vaccini che hanno come obbiettivi patologie tumorali e degenerative (ad esempio a carico del sistema nervoso). 

I vaccini devono essere valutati sotto l’aspetto scientifico e dal punto di vista epidemiologico e clinico, considerando la loro applicazione un vero “bene sociale comune”.

Il principio di azione dei vaccini, immunizzazione attiva contro le infezioni, sino a pochi anni or sono, è rappresentato unicamente dall’esposizione ad una piccolissima quantità di agenti infettivi inattivati che simulando l’infezione naturale (ma senza provocare malattia), attivano tutti i meccanismi di riconoscimento e difesa da parte del sistema immunitario.

Nella più recente esperienza di alcuni vaccini anti-COVID-19, è stato utilizzato l’RNA messaggero, che istruisce le cellule a produrre la proteina di superficie (spike) del SARS-CoV-2, stimolando una risposta immunitaria verso quell’antigene. L’mRNA non entrando nel nucleo delle cellule non interagisce né modifica il corredo di DNA, e si degrada naturalmente dopo poche ore/giorni, una volta svolta la sua funzione, contribuendo alla sicurezza di questi vaccini.

La vaccinazione appare dunque una procedura omeopatico-simile, secondo il principio “similia similibus curantur”: le malattie si guariscono con i loro simili, cioè con medicamenti che producono nel soggetto sano elementi (antigeni) caratteristici del morbo da combattere. La vaccinazione deve precedere il contagio e rappresentare una profilassi. La vaccinologia si potrebbe definire una “scienza” preventiva omeopatica. Si vuole rimarcare soprattutto il termine “scienza” perché quel che conta è che sia efficace e dimostrato dal punto di vista della procedura. Anche quando si sono dovuti ridurre i tempi d’attesa per immettere in breve tempo dei vaccini a disposizione dei cittadini, sono stati però sempre rispettati i passaggi “di sicurezza” scientifica nelle procedure.  

Ecco perché al valore clinico-epidemiologico ed economico delle vaccinazioni dovrebbe essere aggiunto anche il valore sociale della pratica vaccinale. Il fenomeno della protezione comunitaria ottenibile per molti vaccini, più comunemente nota come ”immunità di gregge” ha rappresentato da sempre il valore aggiunto della vaccinazione a livello sociale. Proprio per tale motivo non può essere pensabile che i benefici della vaccinazione non siano disponibili in modo equo per tutta la popolazione. E’ proprio su questo argomento che la politica, ignorando le popolazioni più periferiche in un mondo globalizzato, ha dimostrato una visione angusta e limitata. 

Abbiamo spesso dimenticato o taciuto sulla realtà sanitaria dei Paesi in corso di sviluppo e ciò è vero anche nel caso della vaccinazione anti Covid: chi è al di fuori della nostra società, pur entrando comunque in contatto con noi, è fuori dalla nostra attenzione e cultura; eppure anche da un punto di vista egoistico faremmo meglio a guardare queste realtà!

La vaccinazione implica motivi storici nell’obbligo vaccinale, valore etico legato alla salute universalistica e quello scientifico legato all’efficacia. 

L’”obbligatorietà” della vaccinazione ha un significato sociale evidente: il benessere è un obbiettivo prioritario sia per il singolo individuo che per la collettività. Ottenere elevate coperture vaccinali permette infatti di contenere la circolazione del microrganismo responsabile e, conseguentemente, garantisce una protezione alla comunità (soprattutto ai soggetti che non possono essere sottoposti a vaccinazione): l’impatto sulla salute della popolazione è quindi notevole per il contenimento dei danni della malattia e complicanze. L’obiettivo principale della vaccinazione è prevenire la malattia grave, il ricovero in ospedale o in terapia intensiva e la morte. 

Recentemente è stato scientificamente dimostrato che vaccinarsi può inoltre ridurre il rischio di “Long Covid”, cioè la condizione che si verifica quando continuano a manifestarsi sintomi e disturbi della malattia per settimane o mesi, dopo la negativizzazione all’infezione da SARS-CoV-2. Diversi studi recenti hanno dimostrato che i vaccini contro il COVID-19 possono ridurre la trasmissione del virus. 

Deve essere sempre considerato e ricordato che i vaccini sono dei “farmaci”, che possono determinare effetti collaterali, indesiderati, negativi, anche letali, in una percentuale assolutamente accettabile di casi: ecco perché le recenti dichiarazioni rese ai Magistrati da parte di dirigenti di Astra-Zeneca non affermano certamente nulla di nuovo, sebbene abbiano determinato scorrette e inopportune prese di posizione da parte di alcuni pronti a “stracciarsi le vesti” pur di dimostrare il presunto fallimento del vaccino (confondendo ad arte una episodica ricorrenza di effetti collaterali, inferiore al 3 %), al fine di generare dubbi e incertezze nella popolazione. 

Ma in ogni atto medico, come in ogni scelta nella nostra vita, devono essere paragonati gli effetti positivi con i rischi di effetti negativi. Oggi si discute e si enfatizzano le complicanze trombotiche che il vaccino Astra comporta, ma è proprio la valutazione della stragrande prevalenza degli effetti positivi, rispetto ad occasionali eventi negativi che determinano la grande efficienza e la straordinaria efficacia dei vaccini. 

Le vaccinazioni hanno prevenuto 14,4 milioni di decessi dovuti a COVID-19, in 185 Paesi, tra l’8 dicembre 2020 e l’8 dicembre 2021. 

Sempre più spesso è il fatto urgente che determina e concretizza pensiero, ricerca e azione scientifica: questa visione di contingenza meccanicista è alla base di una scarsa cultura di prevenzione e stringe il pensiero dentro l’urgenza quotidiana. La vaccinazione invece è la rappresentazione più rilevante e diffusa della medicina di prevenzione. 

Nella nostra civiltà democratica il diritto fondamentale dell’individuo – la salute – diviene valore reale se è in rapporto con il dovere di considerare la dimensione sociale e cioè la collettività, con rispetto e solidarietà in particolare nella fragilità.

I Medici hanno un ruolo storico e sociale decisivo in questo argomento: divenendo alfieri della vaccinazione, metodo preventivo tra i più efficaci, rappresentano non solo un valore sanitario e scientifico straordinario, ma etico e sociale. In quest’atto medico essi agiscono come strenui difensori della professione.

Alcune sparute e squalificate individualità affermano in maniera ascientifica che si sarebbe dovuto “sospendere o impedire la somministrazione del vaccino”, che “la proteina spike, sia d’origine virale che indotta dal mRNA, sia comunque lesiva e in grado di produrre danni, (immunosoppressione, sepsi, ictus, pericarditi, miocarditi e morti improvvise)”, che “l’mRNA rimane stabile per molti mesi nell’individuo e il vaccino rappresenta condizione pro-tumorale e infiammatoria”. Essi commettono non solo un’irregolarità metodologica lontana e contraddittoria rispetto alle dimostrazioni scientifiche e un pre-giudizio concettuale grossolano, ma soprattutto un’aggressività terroristica da “opinion leader” populisti, verso una popolazione talvolta fragile, ma sempre desiderosa di una documentata ed efficace risposta di salute.

dr.-Donato-de-Giorgi

Dr. Donato de Giorgi

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