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INTEVISTA AL GIOVANE ONCOLOGO SALENTINO CHE LAVORA IN SVIZZERA

Liceo Scientifico De Giorgi di Lecce, Università Cattolica di Roma, e poi Losanna: cosa unisce questi tre punti?

R) E’ semplicemente il mio percorso personale a unire questi tre punti. Grazie alla mia famiglia ho imparato a pensare in maniera indipendente e a intendere la vita come un’opportunità per costruire qualcosa. Sono partito dal Liceo De Giorgi, un eccellente istituto di formazione qui a Lecce e in seguito ho continuato gli studi all’Università Cattolica perché volevo formarmi in una facoltà di medicina di alto livello. Dopo la laurea, mi sono spostato in Svizzera per ragioni anche personali, ma ho cercato sempre una realtà che fosse il più possibile florida dal punto di vista scientifico per continuare la mia formazione in medicina e in oncologia.

Nel mio cursus formativo, più volte sono tornato col pensiero all’oncologia. Al liceo iniziavo a interessarmi ai meccanismi delle malattie e dei tumori durante i corsi di scienze. Successivamente, durante gli studi di medicina ho avuto modo di approfondire anche altre branche della materia ma poi son tornato sempre a pensare che l’oncologia era ciò di cui mi volevo occupare nella mia vita. A Losanna ho trovato un ambiente eccezionale in cui la ricerca e la clinica oncologiche sono portate ai massimi livelli, basti pensare alla presenza in questa città di grandi menti della ricerca oncologica, come il Prof. Douglas Hanahan, autore dell’articolo pionieristico “The Hallmarks of Cancer”, e della clinica, come la Prof. Solange Peters, già presidente della Società Europea di Medicina Oncologica. E potrei citarne altri…

Dopo la tesi di laurea passaggio attraverso il gruppo di lavoro del Prof. Paolo Dotto, direttore dell’International Cancer Prevention Institute di Losanna: cosa attira degli studi che si svolgono all’interno di questo dipartimento e perché la scelta dell’estero?

R) Sono stati gli studi sull’origine dei tumori ad attirarmi a Losanna. Al Policlinico Gemelli lavoravo alla mia tesi di laurea in oncologia molecolare sui marcatori di superficie (il CD133 in particolare) delle cellule staminali tumorali, queste cellule in grado di generare le neoplasie e mantenerle nonostante tutte le terapie che vengono somministrate. Così ho sviluppato il desiderio di andare ancora più a fondo nella comprensione dei meccanismi che portano allo sviluppo e al mantenimento delle cellule staminali tumorali. E quando sono arrivato a Losanna, nel 2012, il Prof. Dotto lavorava sul ruolo dell’oncogene/oncosoppressore NOTCH1 nel mantenere uno stato indifferenziato (pluripotente) delle cellule tumorali della cute. In seguito ho potuto approfondire il ruolo dell’oncogene MYC, uno dei quattro fattori di trascrizione del cocktail con cui furono create in laboratorio cellule staminali pluripotenti a partire da cellule somatiche, nel determinare il comportamento aggressivo del carcinoma mammario triplo negativo. Infine ho ultimato la mia tesi di dottorato sull’oncoproteina Lin28B, regolatore degli RNA, e quindi della “staminalità” delle cellule del sarcoma di Ewing.

Per quanto riguarda la scelta dell’estero: durante lo stage di tesi di laurea in Cattolica mi rendevo conto, malgrado fossi in un’ottima università, della presenza di alcune limitazioni, legate soprattutto alla mancanza di fondi. E, dopo essermi confrontato anche con altri colleghi che si erano già spostati per un’esperienza negli Stati Uniti o in altri Paesi europei, mi é venuta voglia di andare a vedere, per capire che cosa ci fosse di così diverso all’estero, rispetto all’Italia.

Dopo la ricerca la clinica, sempre a Losanna, Dipartimento di Oncologia. Nel suo curriculum il Personal Statement recita: dedico la mia vita ad accompagnare i pazienti oncologici offrendo loro le migliori cure possibili, e approfondire la mia comprensione dei meccanismi fisiopatologici dei tumori. Qual è la sua interpretazione del dialogo tra la clinica e la ricerca?

R) La clinica è l’oggi, il presente, è fatta di problemi reali di pazienti che soffrono. La ricerca invece ci permette di guardare al futuro, a volte anche anni luce più avanti rispetto a quello che stiamo vivendo oggi, e di aprire nuove dimensioni. Però la ricerca senza clinica rischia a volte di perdersi nel guardare al futuro, invece la clinica la riporta sempre al presente, al concreto. Oggigiorno abbiamo degli splendidi esempi di come la clinica abbia saputo guidare e orientare la ricerca. Basti pensare all’immunoterapia dei tumori, che nasce grazie a osservazioni cliniche capaci di indirizzare, influenzare positivamente le ricerche, e la ricerca poi ha offerto le molecole, i farmaci che hanno potuto essere applicati in tempi relativamente rapidi. E questa interazione virtuosa continua tuttora, nello sviluppo di nuovi farmaci e nello studio degli effetti collaterali dell’immunoterapia. È solo un esempio, ma mi sembra abbastanza tangibile!

Nel suo percorso formativo vi è un periodo dedicato alle cure palliative: quanto ritiene sia importante questo passaggio nella formazione di un oncologo?

R) Importantissimo. L’anno di lavoro in cure palliative ha cambiato il mio modo di vedere l’oncologia, i pazienti oncologici in particolare, e mi ha insegnato tanto. Le cure palliative sono un mondo complementare all’oncologia: basti pensare che più dell’85% dei pazienti presi in carico dalle cure palliative sono pazienti oncologici, e una delle missioni principali delle cure palliative è sostenere il paziente oncologico non solo nel fine vita, ma anche attraverso tutto il percorso di terapia, che come sappiamo presenta effetti collaterali anche gravi. Le cure palliative hanno inoltre un orizzonte diverso rispetto a quello dell’oncologia: l’oncologia rischia, purtroppo, in alcuni casi, di diventare una corsa all’allungamento della vita, a tutti i costi. Invece le cure palliative, con la loro consapevolezza che non tutto è sempre curabile e che la morte fa parte integrante della vita, ci riportano nell’orizzonte concreto in cui il tempo dell’essere umano su questa Terra non è infinito. In un certo senso, le cure palliative ci restituiscono la nostra dimensione umana. Per questo spesso consiglio ai colleghi più giovani di fare un’esperienza in cure palliative durante la specializzazione in oncologia.

Quanto peso ha nelle scelte lavorative per un giovane ricercatore sapere di essere inserito in un sistema meritocratico?

R) È molto importante sapere di essere inserito in un tale sistema.  Questo perché il sistema meritocratico è una garanzia, ci permette di avere almeno la serenità, che se ci si applica nel lavoro, se si lavora in maniera corretta e si ottengono dei risultati, quei risultati vengono riconosciuti, e non messi da parte per privilegiare interessi di altro tipo. In Svizzera esiste uno sforzo costante a mettere il merito al centro. Certo non è facile, ci sono anche lì delle spinte anti-meritocratiche, però lo sforzo di mettere sempre al centro il merito è evidente e produce spesso i suoi frutti.

Abbiamo parlato dei pro, ma ci sono dei contro a lasciare l’Italia per andare all’estero?

R) Sicuramente quando si lascia il proprio Paese per l’estero, bisogna farci l’abitudine, penso che questo valga per chiunque. Io mi sono ritrovato dall’oggi al domani in una realtà molto diversa, anche se la Svizzera è geograficamente vicina a noi. Dopo sette anni trascorsi a Roma, le prime notti a Losanna non riuscivo a chiudere occhio per il troppo silenzio in strada… In generale però io non sono la persona più adatta a parlare dei contro, perché sono sempre stato molto esterofilo, andando all’estero mi sentivo bene perché apprezzavo l’ambiente multietnico, multiculturale, in cui mi trovavo piuttosto a mio agio.

Se le proponessero di tornare in Italia e di scegliere la sede e le condizioni di lavoro cosa chiederebbe?

R) Sicuramente se dovessi tornare, la parte d’Italia in cui io mi sentirei più a casa è la Puglia, su questo non ho dubbi. In merito alle condizioni di lavoro, penso sarebbe importante garantire ai medici che vogliono fare ricerca di avere uno spazio, un tempo da dedicare alla ricerca. E questo è argomento di lotta e di confronto anche da noi, come dicevo le cose non sono spontanee ma si costruiscono perché ci sono delle scelte politiche coraggiose e forti. Si potrebbe dire per esempio: tu vieni a lavorare qui e noi ti garantiamo un giorno a settimana, una mezza giornata, da dedicare ad un lavoro di studio, di ricerca. Non si può pensare che la ricerca sia soltanto qualcosa da fare nei fine settimana e la sera quando si è stremati dal lavoro della clinica. Bisogna proteggerla, per permetterle di svilupparsi. Per me questa sarebbe la condizione più importante.

La musica e la medicina: quali sono i punti di contatto?

R) La musica mi ha sempre molto aiutato, forse potremmo dire che, come la medicina ci cura nel corpo, la musica è capace, attraverso i suoi linguaggi, di curarci nell’anima. Questo l’ho sperimentato di persona quando avevo bisogno di trovare uno spazio mio, dopo le giornate al lavoro più difficili, la musica mi ha sempre sostenuto. Per me è uno spazio di evasione ma anche di arricchimento personale e riconciliazione con sé stessi.

A quale studio è legata la sua più grande emozione?

R) Sicuramente il progetto di ricerca che mi ha più emozionato è quello che ho portato alla tesi di dottorato, quello che mi ha permesso con il gruppo del Prof. Riggi di scoprire una nuova classificazione del Sarcoma di Ewing, un terribile sarcoma che colpisce i giovani. Come spesso accade nella ricerca scientifica cercavamo altro, ma i nostri risultati ci hanno portato a capire che il Sarcoma di Ewing si può classificare in due sotto-tipi, uno più aggressivo e uno più indolente, e per me è molto emozionante sapere di aver contribuito a scrivere une piccola pagina di scienza, con dei risultati che potranno poi essere ripresi da chi vorrà cercarne un’applicazione clinica per personalizzare sempre di più le terapie oncologiche

(Intervista cura di Assunta Tornesello)

Matteo-Torsello,-MD-PhD,-Specialista-FMH

Matteo Torsello

MD-PhD, Specialista FMH in Oncologia Medica
Medico Capoclinica
Servizio di Oncologia Medica
CHUV – Centre Hospitalier Universitaire Vaudois
Losanna – Svizzera

 

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