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OBBLIGO DI UNA INFORMAZIONE COMPLETA, DETTAGLIATA E PIENAMENTE COMPRESA

Le vaccinazioni sono atti medici; e come tali erogabili ad una serie di condizioni, di natura tecnica e giuridica.

Il comma 1 dell’art.1 della legge 8 marzo 2017, n.24 (cosiddetta legge Gelli-Bianco) riprende e puntualizza i principi enunciati dall’art.32 della Costituzione; e prevede che la sicurezza delle cure è parte costitutiva del diritto alla salute ed è perseguita nell’interesse dell’individuo e della collettività; ed affronta il tema della gestione del rischio connesso all’erogazione di prestazioni sanitarie.

Non è fuori luogo la precisazione contenuta al comma 3 dello stesso art.1, sull’obbligo di tutto il personale, compresi i liberi professionisti che vi operano in regime di convenzione con il Servizio sanitario nazionale, di concorrere alle attività di prevenzione del rischio.

Ancora in tema di questioni tecniche correlate alla prestazione sanitaria, l’art.5 della stessa legge 24/2017 rammenta che gli esercenti le professioni sanitarie, nell’esecuzione delle prestazioni sanitarie con finalità preventive, diagnostiche, terapeutiche, palliative, riabilitative e di medicina legale, si attengono, salve le specificità del caso concreto, alle raccomandazioni previste dalle linee guidaIn mancanza delle suddette raccomandazioni, gli esercenti le professioni sanitarie si attengono alle buone pratiche clinico-assistenziali.

Sul piano giuridico, è consolidato il principio generale di volontarietà delle cure, richiamato dall’art.13 e del secondo comma dell’art.32 della Costituzione; con le eccezioni espressamente previste dall’art.33 della legge 23 dicembre 1978 n.833.

Ed è ovvio che una valida manifestazione di volontà di sottoporsi ad un determinato trattamento, sia subordinata ad una informazione completa, dettagliata e pienamente compresa dal destinatario del trattamento stesso.

L’obbligo di informazione e comunicazione con la persona assistita è sancito dall’art.33 del Codice di Deontologia Medica (Titolo IV). Non è superfluo soffermarsi sull’attributo comprensibile, riferito all’informazione; che sostituiremmo volentieri con compresa, a sottolineare ancor meglio il ruolo indispensabile di una comunicazione efficace -indubbiamente complicata e profondamente asimmetrica- tra soggetti (medico e persona assistita) in massima parte con formazione e competenze profondamente differenti. Da qui la necessità che il medico fornisca informazioni tenendo conto delle capacità dell’assistito di recepirle, in modo tale che quest’ultimo comprenda effettivamente quanto gli viene prospettato.

Il tema dell’informazione e del consenso all’atto medico è stato recente oggetto di specifica norma (legge 22 dicembre 2017 n.219 – Norme in materia di consenso informato e di disposizioni anticipate di trattamento), con la quale il legislatore ha colmato un vuoto legislativo, vicariato, negli anni, da interpretazioni della giurisprudenza di legittimità.

Il primo comma dell’art.1 riprende ancora una volta i già richiamati principi di cui agli articoli 2, 13, 32 della Costituzione e degli articoli 1, 2, 3 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea; e ribadisce che nessun trattamento sanitario può essere iniziato o proseguito se privo del consenso libero e informato della persona interessata, tranne che nei casi espressamente previsti dalla legge.

Il secondo comma tratta della relazione di cura e di fiducia tra paziente e medico che si basa sul consenso informato nel quale si incontrano l’autonomia decisionale del paziente e la competenza, l’autonomia e la responsabilità del medico. A sottolineare l’asimmetria del rapporto tra medico ed assistito; ove a quest’ultimo viene riconosciuta l’autonomia nelle decisioni; mentre la competenza e la responsabilità proprie del medico vincolano quest’ultimo ad uno sforzo comunicativo oggettivamente complesso, vista anche l’assenza di specifica formazione nei nostri corsi universitari. 

Il comma 3 dell’art.1 precisa che “ogni persona ha il diritto di conoscere le proprie condizioni di salute e di essere informata in modo completo, aggiornato e a lei comprensibile riguardo alla diagnosi, alla prognosi, ai benefici e ai rischi degli accertamenti diagnostici e dei trattamenti sanitari indicati, nonché riguardo alle possibili alternative e alle conseguenze dell’eventuale rifiuto del trattamento sanitario e dell’accertamento diagnostico o della rinuncia ai medesimi. Può rifiutare in tutto o in parte di ricevere le informazioni ovvero indicare i familiari o una persona di sua fiducia incaricati di riceverle e di esprimere il consenso in sua vece se il paziente lo vuole. Il rifiuto o la rinuncia alle informazioni e l’eventuale indicazione di un incaricato sono registrati nella cartella clinica e nel fascicolo sanitario elettronico”.

Finalmente la norma ha stabilito in maniera inequivoca (comma 4, art.1) che il consenso informato, acquisito nei modi e con gli strumenti più consoni alle condizioni del paziente, è documentato in forma scritta o attraverso videoregistrazioni o, per la persona con disabilità, attraverso dispositivi che le consentano di comunicare. Il consenso informato, in qualunque forma espresso, è inserito nella cartella clinica e nel fascicolo sanitario elettronico.

Il diritto di rifiutare

Ed ancora (comma 5 art.1) che ogni persona capace di agire ha il diritto di rifiutare, in tutto o in parte, con le stesse forme di cui al comma 4, qualsiasi accertamento diagnostico o trattamento sanitario indicato dal medico per la sua patologia o singoli atti del trattamento stesso. Ha, inoltre, il diritto di revocare in qualsiasi momento, con le stesse forme di cui al comma 4, il consenso prestato, anche quando la revoca comporti l’interruzione del trattamento. Ai fini della presente legge, sono considerati trattamenti sanitari la nutrizione artificiale e l’idratazione artificiale, in quanto somministrazione, su prescrizione medica, di nutrienti mediante dispositivi medici. Qualora il paziente esprima la rinuncia o il rifiuto di trattamenti sanitari necessari alla propria sopravvivenza, il medico prospetta al paziente e, se questi acconsente, ai suoi familiari, le conseguenze di tale decisione e le possibili alternative e promuove ogni azione di sostegno al paziente medesimo, anche avvalendosi dei servizi di assistenza psicologica. Ferma restando la possibilità per il paziente di modificare la propria volontà, l’accettazione, la revoca e il rifiuto sono annotati nella cartella clinica e nel fascicolo sanitario elettronico.

Il medico, dunque, è tenuto a rispettare la volontà espressa dal paziente di rifiutare il trattamento sanitario o di rinunciare al medesimo e, in conseguenza di ciò, è esente da responsabilità civile o penale (comma 6, art.1).

Ma -prosegue il comma 6- il paziente non può esigere trattamenti sanitari contrari a norme di legge, alla deontologia professionale o alle buone pratiche clinico-assistenziali; ed a fronte di tali richieste, il medico non ha obblighi professionali. 

Logicamente intuibile -ma spesso fonte di equivoci- il tema del consenso in condizioni di emergenza urgenza. Il comma 7 chiarisce che nelle situazioni di emergenza o di urgenza il medico e i componenti dell’equipe sanitaria assicurano le cure necessarie, nel rispetto della volontà del paziente ove le sue condizioni cliniche e le circostanze consentano di recepirla.

Qualora, invece, il paziente non sia in condizioni di esprimere la propria volontà (e sempre che non vi siano valide disposizioni anticipate di trattamento), la decisione è affidata al medico. Senza che nessuno (neppure tra i congiunti più prossimi) abbia titolo per sottoscrivere un consenso o un rifiuto al trattamento in vece della persona assistita.

Induce a qualche mesta riflessione il comma 8, che paradossalmente riporta in ambito normativo un imperativo categorico della nostra Professione. Che “il tempo della comunicazione tra medico e paziente costituisce tempo di cura…”, infatti, è nozione essenziale per il medico; addirittura preliminare al bagaglio delle conoscenze teorico-pratiche.

L’ascolto attento e paziente dedicato alla persona assistita consente spesso, infatti, di approfondire la storia clinica (fondamentale a fini diagnostici), ma soprattutto di comprendere i bisogni più profondi, talora preminenti, e sovente addirittura causa stessa dei disturbi che hanno motivato la domanda di assistenza.

Con tale contesto normativo, con il rispetto delle libertà personali e con il principio della volontarietà dei trattamenti medici deve contemperarsi il dettato della legge 31 luglio 2017 n.119 che norma le vaccinazioni obbligatorie e gratuite: libertà e volontarietà dei trattamenti medici da un lato ed obbligatorietà delle vaccinazioni sembrano, infatti, difficilmente conciliabili.

Allo specifico riguardo, su un tema che nel corso della recente epidemia da Nuovo Coronavirus ed ancora oggi è motivo di scontro, è intervenuta la Corte Costituzionale con Sentenza 14/2023 che ha ulteriormente ribadito il carattere volontario dei trattamenti sanitari e, per converso, la legittimità costituzionale dell’obbligo vaccinale stesso, con le motivazioni che seguono: “Il consenso informato, quale condizione per la liceità di qualsivoglia trattamento sanitario, trova fondamento nell’autodeterminazione, nelle scelte che riguardano la propria salute, intesa come libertà di disporre del proprio corpo, diritti fondamentali della persona sanciti dagli artt. 2, 13, 32 Cost. e dagli artt. 1, 2 e 3 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea. Secondo quanto disposto dall’art. 1 della legge n.219 del 2017, «nessun trattamento sanitario può essere iniziato o proseguito se privo del consenso libero e informato della persona interessata, tranne che nei casi espressamente previsti dalla legge». Più precisamente, il consenso del paziente deve essere libero e consapevole, preceduto da informazioni complete, aggiornate e comprensibili relative a diagnosi, prognosi, benefici e rischi degli accertamenti diagnostici e dei trattamenti sanitari indicati, possibili alternative e conseguenze dell’eventuale rifiuto al trattamento sanitario e dell’accertamento diagnostico o della rinuncia ai medesimi. 

L’obbligatorietà del vaccino lascia comunque al singolo la possibilità di scegliere se adempiere o sottrarsi all’obbligo, assumendosi responsabilmente, in questo secondo caso, le conseguenze previste dalla legge.

Qualora, invece, il singolo adempia all’obbligo vaccinale, il consenso, pur a fronte dell’obbligo, è rivolto, proprio nel rispetto dell’intangibilità della persona, ad autorizzare la materiale inoculazione del vaccino”.

Osservano i dissenzienti contrari all’obbligo vaccinale che a fronte di un’attenzione massima all’integrità fisica della persona (la violazione intesa come materiale inoculazione del vaccino), la sentenza dei giudici costituzionali legittimi la violazione di altrettanti diritti fondamentali (al lavoro, all’istruzione), che talora deriva dalla inosservanza dell’obbligo vaccinale.

Va doverosamente ribadito che la sentenza, sollecitata -si è detto- dai conflitti sociali seguiti alla salvifica campagna vaccinale anti-COVID-19, intende mediare, probabilmente, tra i principi costituzionali inderogabili di libertà della persona e volontarietà dei trattamenti sanitari da un lato, e salvaguardia della salute della collettività dall’altro: lasciando, quindi, libero ognuno di scegliere se sottoporsi o meno alla vaccinazione obbligatoria, ma assumendosi, nel contempo, responsabilmente, le conseguenze previste dalla legge in caso di rifiuto a vaccinarsi.

A differenza di quanto è accaduto più di mezzo secolo con l’universale, entusiastica accettazione  dei successi indiscussi segnati, ad esempio, dal vaccino antipolio e dalla campagna di vaccinazione antivaiolosa che ha valso l’estinzione della terribile malattia, il tema delle vaccinazioni ha assunto, ancor più nel corso dell’epidemia da COVID-19, una coloritura polemica sociale su larga scala, dalle connotazioni singolari per i contenuti vuotamente assertivi e, pertanto, antiscientifici, tipici di alcuni social-media.

Riteniamo che per fare giustizia di tanta, temibile disinformazione, sarebbe sufficiente rileggere quel che la Cassazione Penale pretende per valutare l’attendibilità delle fonti scientifiche utilizzate nel processo (certamente con ricadute poco o nulla rilevanti sulla salute di ciascuno e della collettività): “… il grado di affidabilità delle informazioni scientifiche che vengono utilizzate nel processo dipende dalla qualificazione professionale e dall’indipendenza di giudizio dell’esperto. Tuttavia, ciò può non bastare. Infatti non si tratta tanto di comprendere quale sia il pur qualificato punto di vista del singolo studioso, quanto piuttosto di definire, ben più̀ ampiamente, quale sia lo stato complessivo delle conoscenze accreditate. Pertanto, per valutare l’attendibilità̀ di una tesi occorre esaminare gli studi che la sorreggono; l’ampiezza, la rigorosità̀, l’oggettività̀ delle ricerche; il grado di consenso che l’elaborazione teorica raccoglie nella comunità̀ scientifica…

Inoltre, è di preminente rilievo l’identità̀, l’autorità̀ indiscussa, l’indipendenza del soggetto che gestisce la ricerca, le finalità per le quali si muove. Insomma, dopo aver valutato l’affidabilità metodologica e l’integrità delle intenzioni, occorre infine tirare le fila e valutare se esista una teoria sufficientemente affidabile ed in grado di fornire concrete, significative ed attendibili informazioni idonee a sorreggere l’argomentazione probatoria inerente allo specifico caso esaminato”.

Coscienti che proprio nel caso dei vaccini e della vaccinazioni, sono costanti gli studi e le pubblicazioni sulle controindicazioni alle vaccinazioni,

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Le valutazioni delle reazioni avverse osservabili dopo vaccinazione

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ed anche in ambito regionale, gli studi sugli eventi avversi di singoli casi;

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con istruzioni metodologiche che impongono uno studio attento e particolareggiato di ogni singolo caso sospetto.

E così, fuori dalle polemiche strumentali e fermi i principi imposti dal rigore del metodo scientifico che orientano senza esitazioni verso un’aderenza piena agli obblighi vaccinali ed alla prevenzione vaccinale in genere, possiamo concludere con Umberto Eco: “Ora penso invece che il mondo sia un enigma benigno, che la nostra follia rende terribile perché pretende di interpretarlo secondo la propria verità”.

 

Dr. Alberto Tortorella

Dr. Alberto Tortorella

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