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INTERVISTE IMPOSSIBILI DI CRONACA MINIMA

Recentemente ho scoperto sul web un sito che consente, a chiunque ne abbia interesse, l’esplorazione dei registri storici dell’anagrafe italiana. Si tratta del portale Archivio Antenati  nel quale, anno per anno e pagina per pagina, sono riportati  in fotocopia tutti gli atti di nascita, di morte e di matrimonio dei cittadini italiani vissuti dal 1809 fino agli anni 20 o 30 del secolo scorso, con piccole differenze tra provincia e provincia.

Questo lavoro titanico, fatto dagli archivisti delle singole province, ha il sapore della rivincita, per la tanto bistrattata burocrazia italiana.

Improvvisamene e con un semplice click puoi entrare nella vita di tutti i giorni dei tuoi antenati, in un tempo che è passato certamente ma, con un pizzico di fantasia, scopri che forse non è ancora del tutto trascorso.

Uno dei file è dedicato alla collazione di tutti i certificati che era necessario esibire prima di ogni matrimonio e proprio questo settore, che è identificabile nella misteriosa voce denominata  “processetti”,  è risultato essere, per  la mia curiosità, la fonte più ricca di informazioni per la ricostruzione dei singoli alberi genealogici delle varie linee familiari.

La data d’inizio, quella del 1809,  corrisponde all’anno del recepimento, nell’Italia di allora, dei codici napoleonici, che anche dopo il congresso di Vienna furono tuttavia utilizzati, durante tutto il periodo della Restaurazione, in ogni  amministrazione comunale di quasi tutti gli stati della penisola. Fa eccezione lo Stato della Chiesa, che riaffidò alle parrocchie il compito di registrare i battezzati, i matrimoni e le morti dei residenti Questo rigurgito anti-bonapartista della curia romana mi è costato non poco, avendo un quarto dei miei antenati da ricercare a Bracciano, vicino Roma.L’affascinante archivio di documenti prosegue anche nello Stato Unitario del laicissimo Regno d’Italia e termina con gli anni venti del secolo scorso, essendo, l’ulteriore esposizione delle pagine dei registri, potenzialmente lesiva del diritto alla riservatezza dei cittadini attuali.

Come se i cittadini trascorsi non avessero una loro riservatezza, un loro sacrosanto diritto a non far sapere aspetti, che oggi definiremmo privati, del loro vivere quotidiano. Ma tant’è, ormai l’attività dei moderni amanuensi, non della penna ma dello scatto fotografico, è completata, i report ci sono tutti e perché mai esistono se non per esser letti e commentati.

Del resto un cittadino trascorso da due secoli è molto spesso un cittadino dimenticato, che ha avuto per alcuni decenni una sua felice memoria nei racconti dei suoi cari, memoria che però potrebbe poi essersi sbiadita con il tempo e, a volte, esser del tutto scomparsa.

Per cui, forse, le prime ad essere liete del recupero dovrebbero essere proprio loro, queste anime morte, ormai perse nella nebbia del passato, svanite proprio in quel tempo che avevano solo immaginato da vive, quando pensavano al futuro, ai loro nipoti, ai loro cari e in fondo anche a noi.

Sfogliando queste pagine telematiche si incontrano  aspetti del vivere quotidiano che a volte  aprono siparietti divertenti, a volte  quadri meno edificanti della civile convivenza, lasciando sempre al lettore la facoltà di immaginare,  dietro ad ogni nome e cognome, la persona che lo indossava ogni mattina.

Per esempio io ho fatto rivivere per un attimo un mio trisavolo, che faceva il farmacista a Martano, smascherando una sua innocente bugia. Quando nel 1844 dichiara “all’ufficiale dello stato civile funzionante da sindaco” ( 1 ) la nascita del suo primogenito, toglie gli anni alla  consorte, che “seco lui conviveva in via Catumerea” e che  in realtà era di nove anni più anziana, mentre invecchia se stesso, per esser lui il più anziano dei due. Evidentemente era in imbarazzo nel dichiarare la vera età della moglie, anche perché uno dei due testimoni presenti era il caffettiere del paese, certo Giovanni Figìle di anni 36, e nelle botteghe del caffè le chiacchiere volavano anche allora rapide, più degli espressi di oggi al bar.

Non era difficile mentire sull’età, perché la carta di identità non esisteva ancora, come documento al portatore e l’impiegato doveva attenersi a quello che veniva dichiarato al momento.

Ora tutto ciò, se lo so io oggi, lo sapevano benissimo anche allora, per cui nell’identificazione del cittadino veniva messo in ogni evidenza il nome, il cognome, proprio e dei genitori, il mestiere di ciascuno ed infine, al posto della data di nascita e quasi di sfuggita, l’età, per come riferita, sia dal dichiarante, sia dai due testimoni richiesti per ciascun atto, che dovevano poi sottoscrivere oppure “sottocroce segnare”, se illetterati. E illetterati erano spesso. Le donne poi lo erano sempre, tanto che non ho trovato una sola donna che abbia firmato il proprio atto di matrimonio in tutta la prima metà del XIX secolo.

Anche nelle famiglie di notai o di medici o di magistrati, insomma di gente che sapeva leggere e far di conto, le donne dichiaravano di non saper scrivere e, tanto assurda è la cosa, che mi sorge il dubbio che non fosse vera. Che in realtà sapessero farlo benissimo, ma che preferissero non dirlo in giro, come se fosse poco serio saper leggere, per una signora per bene. Perché non mi pare credibile che, vedendo la propria bimbetta rincorrere il fratellino nelle stanze di casa, un signore, fornito di laurea, non abbia pensato esser più utile per quella bimba trascorrere un po’ di tempo con carta, penna e calamaio ad imparare a leggere e scrivere il proprio nome e poi quello dei fiori, degli alberi e delle città.

Era proprio necessario attendere il 1861 ed il recepimento nell’Italia Unita della legge Casati, istitutiva dell’obbligo scolastico per le prime due classi delle elementari, per capire cosa fosse più utile insegnare ai bambini?

Evidentemente le leggi a volte servono a qualcosa.

In realtà le uniche donne di cui ho trovato la firma erano le “levatrici”, che erano anche le uniche donne, in quell’Italia preunitaria, che si recavano personalmente negli uffici dello stato civile. Quasi sempre era per dichiarare la nascita di un bambino esposto o, come si diceva ancor prima, “proietto”, trovato la mattina sulle scale di casa, che poi era sovente una pietosa bugia, per nascondere una verità che si preferiva tacere. A Bracciano, nel 1879, un carrettiere, figlio di carrettieri, si è sottocroce-segnato in un atto di morte di una neonata, che ha chiamato Giuseppa B. La bambina era stata partorita quello stesso giorno e quel carrettiere, che nell’atto risulta essere celibe, la riconosceva come propria figlia. La madre, al contrario e sorprendentemente, non intendeva essere nominata.  Quale storia di comuni vicende umane, o di innominabili fatti di ricatti e coltelli, si nasconda dietro questo semplice dato anagrafico, lo sto ancora chiedendo in giro agli amici.

Ho inoltre perquisito, come dicevano allora i parroci, anche i registri dei battezzati, dei matrimoni e delle morti di un paese, chiamato allora e che tuttora si chiama, Mosciano Sant’Angelo, in provincia di Teramo, nell’Abruzzo Ulteriore. Ulteriore rispetto agli appennini, più lontano quindi dalla capitale dell’epoca, affacciata, col suo splendido golfo, sull’opposto mar Tirreno.                                                                                                                                                                 Ero alla ricerca del nome dei miei trisavoli, per un altro quarto di parentela e non certo di nobiltà.  A questo proposito ho notato che i titoli nobiliari non compaiono mai, in nessun caso ed in nessun comune ed anzi traspare, dai registri anagrafici del tanto vituperato Regno delle Due Sicilie, uno spirito egalitario che forse è, per alcuni aspetti, più moderno di quanto sia dato osservare oggi.                                                                                                                                                    Una ragione necessaria non so se esisteva a spiegarlo, per esempio una legge del codice napoleonico che ne vietasse l’uso, esisteva però certamente una ragion sufficiente e questa era nascosta nel timore, anzi nel terrore, che potesse ripetersi in Italia quella rivoluzione che aveva sconvolto la Francia solo pochi anni prima.

L’unica ragione sociale che talvolta precedeva il nome era il don – donna, più spesso che il signor – signora, utilizzati invece con parsimonia e quindi, ritengo, come indicazione specifica.                                                                                                                                                                                                                    Al contrario la professione o la condizione di ciascuno è sempre tassativamente espressa, essendo un evidente segno di identità. Si va per gli uomini dal contadino (a volte “uomo di campagna”) al bifolco, dallo stalliere al ferraro, dal bracciale ( non ho mai trovato bracciante )  al manovale, dal carrettiere al carrozziere, dal cameriere al ripostiere, dal dottor- fisico ( il mio mestiere di medico) allo speziale, dal legale al “civile”, mestiere che non ho capito a cosa corrispondesse, dal locandiere al caffettiere, dall’inserviente al musicante, dal benestante al  proprietario, dall’agricoltore al “ vive del proprio” ed in un caso, e senza alcun ritegno, anche la professione di mendicante.                                                                                                                                                                     Il mestiere delle donne oscilla tra donna di casa e donna di campagna, alcune filatrici o tessitrici, qualche proprietaria. Le migliori eran “possidenti”.  Queste proprietarie o possidenti che, come ho prima lamentato, non sapevano  scrivere, erano tassativamente mogli di  colleghi per patrimonio,  che,  oltre a possedere, acquistare e vendere, a volte erano in grado anche di firmare, magari con grafia da prima elementare, quando anche loro non si dichiaravano sbrigativamente illetterati e sottocroce segnavano.

I notai erano quindi molto numerosi, perché era necessario ricorrere alla loro perizia ogni volta che si doveva metter giù una scrittura privata, che fosse chiara nell’espressione e sicura nei termini.
Non sempre i dichiaranti si portavano dietro i testimoni delle nascite e c’era sempre un sarto, come a Martano,  oppure un falegname, come a Bracciano, o un barbiere, come a Mosciano Sant’Angelo o un calzolaio, come a Borgagne – paesino che tra poche righe incontreremo e che era all’epoca Comune autonomo della Provincia di Terra d’Otranto – dicevo c’era sempre un artigiano che saliva le scale degli uffici comunali, sotto i quali immagino fosse la sua bottega, per mettere una firma, come testimone  e festeggiare una nascita o un matrimonio, così, in allegria.Questa è una mia deduzione, ma ne son certo, poiché erano sempre gli stessi questi lavoratori, citati per nome, cognome, patronimico, età e professione. Tanto che mi son diventati familiari a forza di leggere le loro generalità e vedere le loro firme, poste con mano sicura e con grafia chiara di chi è solito usare, come strumento di lavoro, anche la matita, sfilandola dalla piega, che la custodiva sopra il  padiglione dell’orecchio.

Molto meglio di quel che facevano tanti notabili di provincia, spaventati dalla penna offerta, con braccio teso come una minaccia, dall’ufficiale di stato civile “funzionante da sindaco”. Proprietari limitati nel recinto delle loro proprietà e della loro – absit iniuria verbis – esclusiva ignoranza.

Nella mia pertinace ricerca telematica di nomi, date e professioni mi sono imbattuto in due casi notevoli, che non potevo certo trascurare e che credo non mancheranno di interessare anche chi avrà avuto la pazienza di leggere fin qui queste righe.

Il primo caso riguarda un sarto venticinquenne che, il 4 di Aprile dell’anno 1836, si reca a Martano negli uffici dello stato civile, accompagnato da un collega anziano (forse un suo datore di lavoro) per dichiarare la nascita del proprio figlio, che chiamerà Salvatore, nato da lui e da Paolina Epifani, di anni 28, residenti entrambi in via “La terra” (figura 1).  Questa strada tuttora esiste e conserva il nome antico.  E’ strettissima, curvilinea e lunga quanto basta ad abbracciare tutto il retro della chiesa matrice di Martano.

L’ho percorsa una sera d’aprile, curioso ed emozionato come un piccolo esploratore, perché proprio in quella strada trasferì il suo studio notarile, dalla natia Borgagne, un mio diretto antenato, Leonardo Maria Elia (figura 2), figlio di un tal Oronzo, del quale più avanti accennerò qualcosa. Tornando a quel sarto, che abbiamo lasciato sulle scale dell’ufficio dell’anagrafe, devo dirvi che si chiamava Paolo Trinchese e che suo figlio diventerà prima medico chirurgo all’Università di Pisa e, successivamente, sarà un appassionato studioso del sistema nervoso dei gasteropodi, fino a diventare titolare della cattedra di Anatomia Comparata all’Università di Genova, poi di Bologna ed infine di Napoli, dove divenne rettore.

A Salvatore Trinchese è oggi dedicato il corso di una zona ZTL di Lecce ed un bel busto (figura 3) che Martano ha voluto porre proprio davanti alla casa comunale, le cui scale furono fatte, tre gradini alla volta, da quel sarto, inseguito più lentamente e di soprafiato dal collega anziano (Bartolo Guglielmo di anni 55) alle ore “dodici d’Italia” di quel lontano inizio d’Aprile dell’anno 1836.  Entrambi, sia il dichiarante sia il testimone, hanno saputo firmare sul registro dei nati (2) ma nessuno dei due avrebbe mai immaginato che a quel bambino sarebbe stato dedicato un monumento, posto dai concittadini proprio nel piazzale antistante il portone dal quale, parlottando tra loro, stavano uscendo.

Il secondo caso notevole è del 23 dicembre 1851 (3) giorno in cui un giovane medico, che era nato nel 1820 a Borgagne, paese dei suoi nonni materni, si reca negli uffici del Comune di Melpignano, paese nel quale lavorava e risiedeva, per dichiarare la nascita del proprio figlio, che chiamerà Vito, nato da Concetta Gerardi “seco lui convivente” in vico Paradiso, al numero civico primo. Quel medico era Gaetano Fazzi, morto nel 1884 in quello stesso Comune (figura 4)  e Vito diventerà anche lui medico, come il padre e come il nonno, del quale portava il nome e che invece era originario di Castrì Guarino, una delle due comunità che, con Castrì Francone, hanno contribuito a formare il nucleo originario dell’odierna Castri di Lecce.

Vito verrà dal 1904 eletto al Parlamento del Regno e vi rimarrà per tre legislature, sempre iscritto, nella Camera dei Deputati, al gruppo parlamentare dei Radicali. Mi piace ricordare che proprio in quel periodo storico  fu approvato dal Parlamento il suffragio universale maschile,  superando tutte le obiezioni dei  ben-pensanti  e  tutte le precedenti leggi elettorali, che concedevano il diritto di voto solo a chi avesse un determinato censo.

Non so come la pensasse Vito in cuor suo, ma mi piace immaginare che fosse a favore di quanto Giovanni Giolitti, col quale i radicali erano alleati di governo, andava promuovendo in quegli anni di inizio novecento: che l’Italia fosse finalmente fatta dall’universo dei cittadini e non dalla somma dei loro averi, che fosse quindi una nazione e non un magazzino di oggetti pregiati.

Al Fazzi i compaesani hanno voluto dedicare la via della quale, a Melpignano, vico Paradiso, ancora oggi, è una strada traversa. I cittadini di Lecce invece gli hanno voluto intitolare il loro Ospedale Civile. Vito non lo ha mai saputo, essendo morto il 12 gennaio del 1918, prima che il nuovo nome venisse attribuito al nosocomio cittadino, in un periodo storico che definire travagliato è eufemistico, visto che, appena due mesi prima, l’Italia aveva subito la disfatta di Caporetto.  E’ venuto a mancare (4) mentre trascorreva nella sua residenza leccese, al numero 22 di via Palmieri, gli ultimi giorni di vacanza parlamentare per il capodanno. Sarebbe tornato a Roma, se la salute malferma lo avesse consentito,  per discutere della crisi politica di quei giorni concitati, sicuramente costernato, da quanto riportavano i giornali,  per la disastrosa ritirata dell’esercito italiano che, guadato il Tagliamento, poneva le speranze residue verso il corso del Piave, infine preoccupato da quel che si leggeva ogni giorno  sulla rivoluzione bolscevica, che molti prospettavano come potenzialmente diffusiva.

Tuttavia non è di Vito Fazzi  che intendevo parlare, a concludere questo scritto, né di suo padre Gaetano, né di sua nonna paterna Caterina Elia (5) anche lei borgagnese, sorella di Brizio, morto nel 1867 (6) mentre era Presidente del Tribunale Civile di Lecce, nonché figlia di Paolo, notaio e primo cugino di un diretto ascendente di chi scrive queste righe.

Intendo invece raccontare di un oscuro parroco di Borgagne, don Giovanni Majro, vissuto nella prima metà del settecento, che si trovò a redigere in latino gli atti di morte dei due nonni, paterno e materno, del citato Paolo Elia.

Questi, che era vedovo, li esibì il 17 Maggio del 1819 in occasione del suo secondo matrimonio (7) che lo unì a Concetta Agostinelli.

Erano le trascrizioni degli atti di morte dei suoi avoli e non era strettamente necessario esporli nei documenti matrimoniali, ma è noto che la pignoleria è, per i notai, una malattia professionale.                                                                                                                                                                                        I due certificati sono due trascrizioni, riportate nel latino originario, effettuate proprio nel 1819 da Don Nicola Antonio Condò, parroco del momento, che li trascrive “avendo perquisito il registro dei morti” conservato negli uffici parrocchiali della Chiesa del Carmine, appunto a Borgagne.

Il primo certificato (8) riguarda il già nominato Oronzo Elia, che si spense nel 1757, a soli 45 anni di età, nel Comune di Borgagne, nell’Universitas Burbanei, così come riportato nel latino dell’epoca e che in italiano può esser reso così: “morì essendo in comunione con la Santa Madre Chiesa, avendo assunto il Santissimo Viatico, essendo stato fortificato dall’unzione con l’Olio Santo ed essendosi confessato (mihi confessus )”  con il redattore del registro.  Fu infine sepolto nella chiesa parrocchiale, conclude Don Majro,  pompis funeralibus,  un ablativo assoluto che sintetizza mirabilmente quello che oggi suonerebbe meglio ponendo orecchio ad un laconico tocco di campana, piuttosto che  rendendolo nella forma letterale.                                                                                                                                                                                                                                                                  Il secondo certificato (9) riguarda l’altro nonno di Paolo, che si chiamava in vita Donato Meliato e che morì, nel 1750, a 62 anni di età, nella stessa Universitas. Per lui la prosa è la stessa, quindi anche lui è morto munito dei conforti religiosi e il latino si ripete tal quale, in forma che oggi noi diremmo burocratica. Di lui, così come di Oronzo, non conosciamo la professione. Ma nei registri parrocchiali il mestiere non è mai riportato, non rilevando evidentemente per la salvezza dell’anima.

L’ultimo rigo però è davvero sorprendente e val la pena riportarlo così come è scritto:  … eiusque cadaver sepultus fuit gratis, dum pauper. Quindi non fu sepolto Donato, ma il suo cadavere e già questo ci dice come la pensasse Don Majro, perché, ci avrebbe spiegato questo prete materialista ante litteram, i morti non vengono sepolti, vengono sepolti i loro cadaveri. Ed avrebbe anche aggiunto di non essere affatto materialista ma di essersi semplicemente attenuto all’ortodossia cattolica – noi oggi diremmo al protocollo –  che vede in ogni persona la coincidenza di un corpo materiale e quindi peribile e di un anima immateriale.

Lasciamo cadere quest’argomento, che non può essere affrontato per le vie brevi, anche perché la vera stoccata vincente Don Majro la piazza nelle ultime tre parole: “gratis, dum pauper”.

Questo oscuro sacerdote di un piccolo e oggi affascinante centro della penisola salentina, che però all’epoca immagino sembrasse, a chi volesse proprio raggiungerlo, come una carovana di case in fuga dalle zanzare, arrampicata in fila indiana, oltre l’orlo di una palude, ancella di laghi già chiamati Alimini. Questo povero curato di circa mille anime, angosciate dalle febbri malariche e dalle vessazioni dei prepotenti, anime di umili lavoratori, raggiungibili nelle masserie, lentamente, a dorso d’asino o con il calesse, ad avercelo, per strade sempre polverose in estate e fangose     in inverno.  Questo ignoto arciprete, del tutto dimenticato in fondo ad una remota diocesi della provincia borbonica di Terra d’Otranto.  Ebbene, io dico, quest’Uomo ci dice che la funzione religiosa quel giorno è stata gratis “dum pauper” – badate bene – e non “quia pauper”, dunque non perchè Donato era povero, ma mentre egli era povero.

La povertà, avrebbe spiegato quasi tre secoli fa Don Majro a noi moderni, noi che cerchiamo la distinzione in abiti “firmati”, ostentando con disinvoltura firme altrui ed insipienza tutta nostra, la povertà non è uno stigma della persona: la povertà è soltanto una circostanza della vita.

—————————————————————————————————————————————————————————————————–Note

Archivio di Stato di Lecce – Stato Civile della Restaurazione – Serie Martano  – Registro dei Nati – Anno 1844 – pagina 73 – N° d’ordine 66
Archivio di Stato di Lecce – Stato Civile della Restaurazione – Serie Martano – Registro dei Nati – Anno 1836 – pagina 44 – N° d’ordine 42
Archivio di Stato di Lecce – Stato Civile della Restaurazione – Serie Melpignano – Registro dei Nati – Anno 1851 – pagina 33 – N°d’ord.30
Archivio di Stato di Lecce – Stato Civile Italiano – Serie Lecce – Registro degli Atti di Morte  – Anno 1918 – pag. 14 – N° d’ordine 22
Archivio di Stato di Lecce – Stato Civile della Restaurazione – Serie Borgagne – Registro Atti di Morte – Anno 1829 – pag.9 – N° d’ord. 10
Archivio di Stato di Lecce – Stato Civile Italiano – Serie Lecce – Registro degli  Atti di Morte – Anno 1867 – pagina 16 – N° d’ordine 13
Archivio di Stato di Lecce – Stato Civile della Restaurazione – Serie Borgagne – Regis. Atti di Matrimonio – Anno 1819 – pag. 5 – N° d’ord 6
Archivio di Stato di Lecce – Stato Civile della Restaurazione – Serie Borgagne – Registro processetti dei Matrimoni – Anno 1819 – pag. 78
Archivio di Stato di Lecce – Stato Civile della Restaurazione – Serie Borgagne – Registro processetti dei Matrimoni – Anno 1819 – pag. 80

Dr. Giuseppe Elia

Dr. Giuseppe Elia

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